Comunicazione, l’Agcom fotografa i cambiamenti in Italia

La relazione annuale del presidente dell'Agcom segnala le dinamiche in atto nella comunicazione in Italia: crolla l'editoria tradizionale, avanza l'online e la tv resiste grazie anche alle nuove forme tecnologiche.

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La comunicazione in Italia vale oltre 54 miliardi di euro e genera oltre il 3 per cento del Prodotto Interno Nazionale: sono questi i dati principali che arrivano dall’annuale relazione in Parlamento di Angelo Marcello Cardani, presidente di Agcom, che ha presentato l’ultimo Rapporto dell’Autorità in cui si fa il punto sui ricavi del settore delle comunicazioni e dei segmenti che lo compongono, ovvero telecomunicazioni, media e servizi postali.

La fotografia sugli affari della comunicazione

Nella relazione si segnala, come accennato, che i ricavi del comparto ammontano nel 2017 a oltre 54 miliardi di euro (rappresentando più del 3 per cento del PIL italiano), in crescita di 1,2 punti percentuali rispetto all’anno precedente; tra i singoli segmenti, però, ci sono forti diversità, a cominciare dal nuovo calo del settore media, che perde quasi un punto percentuale e si attesta a 14,6 miliardi di euro di ricavi totali nel 2017.

Il business del SIC

Nel complesso, il SIC (Sistema Integrato delle Comunicazioni) vale complessivamente 17,6 miliardi di euro ed è composto da varie aree confereconomiche in cui spiccano le prestazioni di editoria elettronica e pubblicità online, che trainano il settore.

Dal punto di vista specifico, sono nove i “big player” in questo ambito, che insieme rappresentano il 61 per cento del fatturato del SIC: ne fanno parte gruppi come 21st Century Fox, Fininvest e Rai, ma anche nomi come Facebook e Google, oltre che Italiaonline, il concessionario pubblicitario nazionale che tra i primi ha intuito le potenzialità del Web e che oggi detiene l’1,4 per cento delle quote complessive del SIC.

L’online indirizza gli investimenti

Il presidente dell’Agcom ha anche analizzato le dinamiche della raccolta pubblicitaria, evidenziando in modo particolare l’impatto dell’online in questo segmento: nell’ultimo anno, oltre 2 miliardi di euro sono arrivati da campagne “digitali”, mentre quasi tutti i mezzi tradizionali registrano un andamento negativo.

Per avere un termine di paragone, basta pensare che la raccolta pubblicitaria di quotidiani, periodici e radio assieme non arriva a 1,9 miliardi.

La Tv resiste

Gli investimenti pubblicitari globali si mostrano sempre più in fase di reindirizzamento dai media tradizionali alle piattaforme online, che complessivamente crescono di una percentuale superiore al 12 per cento; un trend di cui ovviamente beneficiano in modo maggiore i colossi come Google e Facebook.

Per quanto riguarda il settore televisivo, la segnalata flessione dei ricavi riguarda essenzialmente la tv in chiaro (che perde il 3,5 per cento), ma la “vecchia” TV regge comunque l’urto delle novità, sia in termini di ascolti (l’audience media del prime time serale è stabilmente sopra i 25 milioni di contatti) che dal punto di vista del valore economico.

Crolla l’editoria

Diversa la situazione delle pay tv, che reggono anche per l’aumento delle spese d’utente, che in qualche modo ha compensato e assorbito le minori entrate pubblicitarie.

Il fenomeno nuovo è quello della “televisione liquida”, con almeno 3 milioni di italiani che guardano abitualmente la tv in streaming e circa 15 milioni che scaricano abitualmente contenuti televisivi sui propri device. Infine, la radio perde qualcosa nel suo complesso (meno di un punto percentuale), ma secondo l’Agcom in un contesto che manifesta segnali di ripresa.

Ma il punto più critico in assoluto resta quello dell’editoria, che “nell’ultimo decennio ha perso all’incirca metà del suo peso economico”, come ha spiegato Cardani, facendo segnare soltanto nell’ultimo anno una nuova flessione di 5 punti percentuali nel settore quotidiani e una contrazione dei ricavi del 9 per cento.

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